Il Punto di Pareggio- BEP
Nell’articolo della scorsa settimana abbiamo visto le difficoltà e indicato le soluzioni per dividere correttamente (o approssimativamente con stime) i costi fissi dai costi variabili. Finito di elencare alcuni problemi che ci troveremo sempre davanti quando facciamo l’analisi dei costi della nostra azienda, parliamo ora di soluzioni che si trovano sempre grazie all’esperienza e ad una minima conoscenza delle dinamiche aziendali.
Sgombrato il campo (il conto economico) dai costi sicuramente fissi o variabili, dovremo decidere per quelli dubbi un criterio che può essere:
- o la misurazione con dati oggettivi (esaminando i documenti contabili);
- oppure soggettivi (stimando la parte fissa e la parte variabile e applicare percentuali di ripartizione).
Alla fine commetteremo sicuramente errori e faremo approssimazioni, ma questi tenderanno a compensarsi nel contesto complessivo dell’analisi.
Siamo ora pronti per prendere il conto economico della nostra azienda e procedere ad analizzarlo, perché siamo in grado di stimare i costi fissi totali, i costi variabili totali e conoscendo quante unità abbiamo prodotto (ad esempio il numero di merendine da forno) potremo calcolare il nostro Margine di contribuzione (MDC).
Se abbiamo prodotto in un anno 1.400.000 merendine avremo 392.000 euro di costi variabili e quindi un costo unitario variabile di
392.000 : 1.400.000 = 28 centesimi a merendina
Se la vendiamo ai supermercati a 60 centesimi il nostro MDC (margine di contribuzione unitario) è di 60 – 28 = 32 centesimi a pezzo.
Prendiamo i costi fissi di 205.000 euro e dividiamo per i 32 centesimi del MDC otterremo che dobbiamo produrre 640.625 merendine per arrivare al punto di pareggio. Abbiamo trovato il BEP o Break Even Point, ovvero quante unità di prodotto dovremmo produrre per coprire i costi fissi. Con la conseguenza che:
- Se produciamo di meno perderemo;
- Se produciamo di più guadagneremo.
Fino a questo punto i concetti sono, tutto sommato, abbastanza semplici. Perché abbiamo parlato di un’ azienda che produce un solo tipo di prodotto.
E se ne produciamo due come faremo a fare l’analisi dei costi e a determinare il MDC per ogni tipologia di prodotto?
Dovremo introdurre il concetto di “driver”, ovvero la percentuale con le quali ripartire determinati costi tra più linee di prodotto.
Un'ultima complicazione....
…può essere quella di costi variabili comuni a più prodotti: il caso scolastico presente in tutti i libri di microeconomia (la scienza che studia le aziende) è quello del mulino che macina il grano (materia prima, cioè costo varabile). Però dalla lavorazione si ottengono diversi prodotti (farina e crusca) e quindi dovremo ripartire i costi variabili tra i diversi prodotti ottenuti.
Parliamo in questo caso di “costi congiunti”. Argomento sul quale torneremo con un articolo espressamente dedicato.
A cura di Egidio Veronesi
Costi fissi e costi variabili
A prima vista la distinzione tra costi fissi e variabili sembra semplice, ma a volte non è così.
Se prendiamo in mano un prodotto, ad esempio una merendina confezionata e la esaminiamo, possiamo subito capire che i prodotti utilizzati per l’impasto sono costi variabili (farina, zucchero, lievito ecc.).
Se non produciamo nulla non avremo questi costi per materie prime. Lo stesso ragionamento vale per il packaging. Se prendiamo il conto economico (il prospetto che raggruppa costi e ricavi) e abbiamo registrato le fatture di acquisto in modo corretto non avremo difficoltà ad individuare i costi per le materie prime, ovvero in genere i costi variabili.
Se però entriamo nella fabbrica che produce le merendine ed esaminiamo il processo produttivo le cose cominceranno a complicarsi.
Esempio....il costo dell'energia elettrica
Prendiamo, ad esempio, il costo per l’energia elettrica che spesso si rileva in un unico conto il più delle volte intitolato “Energia Elettrica”.
Se esaminiamo le fatture vedremo che abbiamo delle quote fisse legate alla potenza installata e queste saranno costi fissi.
Poi avremo la componente energia consumata. Se usiamo forni elettrici per cuocere le merendine avremo una parte dell’energia (quella dedicata ai forni) sicuramente variabile. Se non cuocio non spendo. Una parte dell’energia invece è destinata a tenere attivo lo stabilimento (illuminazione, uffici, climatizzazione ecc.), questa componente sarà fissa.
Come risolvere il problema?
- Una prima soluzione potrebbe consistere nell’installare sub-contatori di consumo a monte della linea dei forni per contabilizzare la componente di energia (consumata) variabile;
- Una seconda soluzione più economica sarebbe fare un conto approssimativo del consumo orario di un forno e moltiplicarlo per le ore di funzionamento;
- Oppure possiamo considerare una percentuale di energia stimata (a spanne…) di costi variabili e il resto considerarla un costo fisso. Naturalmente la scelta del metodo dipende sia dal tipo di attività svolta, sia dalle dimensioni dell’azienda.
Il costo del personale
Si può facilmente considerare un costo fisso il costo del personale amministrativo. Anche se con un aumento o riduzione del fatturato potrei ridurre o aumentare la forza lavoro in ufficio. Se, però, ad esempio ho una sola impiegata amministrativa il ragionamento non vale più. Il personale in produzione nello stabilimento, invece, potrebbe essere di natura più variabile. Però entrano in campo diverse considerazioni:
- Se diminuisce la produzione posso ricorrere alla cassa integrazione, ma devo rispettare regole abbastanza rigide e comunque la riduzione degli orari lavorativi non è immediata;
- Se aumenta la produzione posso ricorrere a lavoro interinale, ma con costi del personale più elevati;
- Nel malaugurato caso di riduzione permanente di fatturato dovrò ricorrere a licenziamenti, ma questa soluzione non è spesso di immediata applicazione per tanti motivi. Non ultimo la speranza dell’imprenditore di poter recuperare il terreno perduto.
Nelle aziende piccole (con fatturato stabile) si tende quindi a considerare tutto il costo del personale un “costo fisso”.
Nelle aziende strutturate, che ricorrono anche al lavoro interinale, il personale produttivo viene considerato spesso un costo semi-variabile.
Nella realtà applicata, quindi, non è sempre così facile riuscire a identificare quali sono i costi variabili dei nostri prodotti e più in generale della nostra azienda. Inoltre, la classificazione basata sulla variabilità dei costi è inevitabilmente condizionata da un certo grado di soggettività, facendo eccezione ovviamente per quei limitati fattori produttivi che invece sono di chiara identificazione (come sopra abbiamo individuato le materie prime per produrre le merendine).
Parliamo di soluzioni
Finito di elencare alcuni problemi che ci troveremo sempre davanti quando facciamo l’analisi dei costi della nostra azienda, parliamo di soluzioni…
che si trovano sempre grazie all’esperienza e ad una minima conoscenza delle dinamiche aziendali.
Una volta individuati con certezza nel conto economico i costi fissi e i costi variabili rimarranno alcuni conti che possono essere in parte fissi e in parte variabili.
Per ripartire questi costi in quota fissa e variabile potremmo procedere in diversi modi. Esaminando le fatture ad esempio e capendo dalla descrizione quanta parte è da considerarsi un costo fisso e quanto parte è legata ai consumi. In alternativa, prendiamo un paio di fatture e capiamo la percentuale di costi fissi sul totale (circa) da applicare poi all’intero costo annuo.
Alla fine, commetteremo sicuramente errori e faremo approssimazioni, ma questi tenderanno a compensarsi nel contesto complessivo dell’analisi.
Proviamo a riportare di seguito una ripartizione molto semplificata tra costi fissi e variabili seguendo gli esempi descritti sopra:
La prossima settimana ritorneremo sul MDC (Margine di contribuzione). Lo calcoleremo per arrivare rapidamente al calcolo del BEP (Break Even Point), ovvero il “punto di pareggio” aziendale che ci dirà quando la nostra azienda comincia a guadagnare.
A cura di Egidio Veronesi
Il Margine di contribuzione (MdC)
È possibile determinare il MdC (Margine di contribuzione) riclassificando il conto economico in modo tale da suddividere i costi operativi in:
- costi variabili: sono costi che variano al variare della produzione. In pratica se non produco nulla non ho nessun costo. Un esempio di costi variabili sono le materie prime, le merci, i materiali di consumo, il costo di trasporto delle vendite ecc.
- costi fissi: sono quelli che non variano al variare delle quantità prodotte. Sono identificabili nei costi cosiddetti “di struttura” come ad esempio l’affitto, personale amministrativo (ma spesso anche il personale di produzione) ecc. Questi costi ci sono sempre anche se non produco nulla.
Cos'è il margine di contribuzione?
E’ la differenza tra ricavo di un prodotto e il suo costo “variabile”. Questo margine mi servirà per coprire i costi fissi. Quando avrò coperto tutti i costi fissi comincerò a guadagnare!
Se ad esempio produco un bene che vendo a 1.000 euro e per produrlo mi servono materie prime, materiali di consumo e lavorazioni per 600 Euro, il mio margine di contribuzione “unitario” è di 400 Euro.
Se la mia azienda ha costi fissi annuali di 100 mila euro (affitti, personale, spese generali ecc.) sarà sufficiente fare la seguente operazione: 100.000: 400 (Mdc unitario) = 250 beni da produrre (e vendere) in un anno per coprire tutti i costi fissi e fare un pareggio. Il 251° (duecento cinquantunesimo) prodotto comincerà a farmi guadagnare.
Posso anche dire che il mio punto di pareggio + di 250 prodotti (e venduti) in un anno e il mio fatturato per raggiungere il punto di pareggio è di
250 x 1.000=250.000 Euro.
Riassumendo, per ogni singolo prodotto il Margine di Contribuzione (o più semplicemente Mdc) è la differenza tra il prezzo di vendita (Pv) e i costi variabili (Cv) necessari alla produzione di quell’unico bene.
Potremo avere Mdc per singolo prodotto o per l’intera attività aziendale.
Il Mdc, visto in ottica dell’attività complessiva dell’azienda (vendite di un periodo o di un anno) si può matematicamente riassumere pertanto come il valore della produzione (ricavi dell’anno) meno i costi variabili dell’intero anno.
Spiegato in questo modo la determinazione del margine di contribuzione sembrerebbe essere molto semplice, anche se nella realtà potrebbe non essere così facile riuscire a identificare quali sono i costi variabili dei nostri prodotti e più in generale della nostra azienda. Inoltre, la classificazione basata sulla variabilità dei costi è inevitabilmente condizionata da un certo grado di soggettività, fatta eccezione ovviamente per quei limitati fattori produttivi che invece sono di chiara identificazione (ad esempio: materie prime e ammortamenti, i primi sicuramente variabili, i secondi fissi).
Per le voci di costo “ibride” è necessario effettuare approssimazioni basate sulla prevalenza, qualora la significatività del loro importo non giustifichi analisi più approfondite.
Il personale poi merita un discorso a parte. Sicuramente il costo del personale amministrativo è un costo fisso. Il Personale impiegato nella produzione può essere parzialmente variabile. Posso, ad esempio, ricorrere alla cassa integrazione, ma a volte i tempi per ottenerla non sono immediati e alcuni costi rimangono a carico dell’azienda.
Vediamo un ultimo esempio di calcolo del MDC con evidenza della classificazione di alcuni costi
Determiniamo il MdC sottraendo al valore della produzione i costi variabili sostenuti 1000- 400 – 40 – 200 = 360
Dato che il margine di contribuzione pari a 360 è superiore al valore dei costi fissi sostenuti 150 (100 dipendenti + 50 di affitto) l’azienda in questione sta generando un profitto.
Nel prossimo articolo cercheremo di approfondire la distinzione tra costi fissi e variabili e torneremo sul concetto di “Margine di contribuzione”.
A cura di Andrea Bergonzoni
Ebitda e Ebit parte 3^
EBIT è l’acronimo di “Earnings before Interest and Taxes”, ovvero “Utile al lordo (o prima) degli interessi (o meglio della gestione finanziaria) e delle imposte sul reddito.
La settimana scorsa abbiamo parlato dell’EBITDA e basta il confronto tra le due sigle per comprendere che la differenza sta nelle lettere “D” e “A” che in EBIT mancano. D e A stanno per “ammortamenti” e “svalutazioni”. Siccome siamo sempre partiti dall’utile d’esercizio aggiungendo alcune voci per avere un risultato intermedio, significa che per calcolare l’EBIT dovremo fermarci prima e aggiungere solamente tasse e interessi.
Riprendiamo un esempio di conto economico in formato “scalare” simile a quello della settimana scorsa:
Prendiamo l’utile e aggiungiamo interessi (I) e imposte (T):
Utile netto Euro 25.100 + 12.000 (T) + 3.600 (I) da cui: EBIT = 40.700
Questo risultato esprime una marginalità che non risente dell’indebitamento dell’azienda, perché prende la marginalità prima che vengano sottratti gli oneri finanziari. Non risente neppure della fiscalità dell’azienda, che può variare secondo il tipo di società o delle politiche fiscali adottate.
EBIT esprime quindi la redditività aziendale con un grado di “purezza” superiore rispetto al semplice utile di esercizio.
E una volta calcolato l’EBIT cosa ne possiamo fare?
- Possiamo monitorarne l’andamento nel tempo per capire se la performance dell’azienda migliora o peggiora;
- Possiamo inoltre capire in caso di perdite, se queste sono causate dagli eccessivi oneri finanziari che paghiamo o dalle troppe tasse;
- Possiamo anche valutare se la nostra azienda produce ricchezza in modo soddisfacente. Un EBIT superiore al 15% del fatturato, ad esempio, costituisce un ottimo risultato. A volte abbiamo aziende in perdita a causa degli oneri finanziari troppo elevati;
- Calcolando l’EBIT potremo anche capire quanta marginalità abbiamo per coprire eventuali finanziamenti.
Ma una cosa molto interessante è che potremo confrontare il nostro EBIT con quello delle aziende concorrenti.
Spesso l’EBIT viene usato assieme all’EBITDA per dare una dimensione alla redditività di una azienda.
Tuttavia, l’EBITDA esprime un concetto di marginalità “lorda” che può essere azzerata dagli ammortamenti e dalle svalutazioni. EBITDA è un termine più adatto a descrivere la performance “industriale” o “operativa” di una azienda. EBIT al contrario indica con maggiore chiarezza la redditività dell’azienda intesa come investimento patrimoniale.
A cura di Egidio Veronesi
Ebitda e Ebit parte 2^
Come spiegato nell’articolo della scorsa settimana EBITDA è l’acronimo di una definizione anglosassone che tradotta in italiano sta a significare: utile dell’esercizio al lordo di interessi, imposte, ammortamenti e svalutazioni.
Basterà quindi prendere l’utile netto di esercizio, che è l’ultimo valore che troviamo in fondo al conto economico in forma scalare (prospetto obbligatorio per legge), e sommare i valori di cui sopra che sono facilmente individuabili grazie alla forma scalare.
Riprendiamo un esempio di conto economico in formato “scalare”
EBITDA: utile 25.900 + ammortamenti 8.500 + svalutazioni 1.000 + gestione finanziaria 3.600 + imposte 12.000 = 51.000 euro
La prassi più frequente per valutare un’azienda è quella di applicare un moltiplicatore all’EBITDA che normalmente può variare da 4 a 6 volte. Se il moltiplicatore fosse 5 l’azienda avrebbe un valore di 51.000 x 5 = euro 255.000. Molto semplice detto così!
Se cerchiamo una spiegazione logica a questa prassi la possiamo sintetizzare in poche parole:
un’azienda, specie di piccole dimensioni, è un soggetto economico che deve giustificare una marginalità lorda (EBITDA) abbastanza elevata (perché maggiormente rischiosa e spesso legata all’imprenditore).
Ci si aspetta normalmente un rendimento superiore al 20% che permetta di :
- fare investimenti (coprire gli ammortamenti);
- remunerare il capitale di terzi (interessi);
- pagare le imposte;
- remunerare il capitale proprio (con l’utile).
Come si arriva a stabilire la percentuale corretta lo vedremo in un prossimo articolo.
Il moltiplicatore è tanto più elevato quanto più l’azienda è solida e strutturata. Sarà basso nel caso contrario, determinando un minor valore dell’azienda. È ben comprensibile che in un’ azienda di medie o piccole dimensioni il forte legame con l’imprenditore comporterà spesso problemi nel passaggio di consegne, il cosiddetto passaggio generazionale.
Al valore così determinato con il moltiplicatore dell’EBITDA, riferibile sostanzialmente al comparto produttivo dell’azienda, va aggiunta la posizione finanziaria netta che possiamo individuare come la differenza tra crediti e debiti. In realtà il calcolo è più complesso. Da aggiungere infine gli “extra asset” che sono i beni “in più” non funzionali o legati all’attività svolta, che l’azienda ha come, ad esempio, immobili di proprietà, partecipazioni in altre società ecc..
Valore dell’azienda quindi = EBITDA x moltiplicatore + PFN (posizione finanziaria) + Extra asset
Un’ultima considerazione sul valore dell’utile (dato di partenza): prima di calcolare l’EBITDA deve essere rettificato delle componenti straordinarie (contributi ricevuti, plusvalenze e sopravvenienze di natura straordinaria, come può essere un furto, una grossa perdita su crediti ecc.) e va infine considerato lo stipendio dell’imprenditore e dei suoi familiari, se non già compreso nel conto economico (valore quindi da sottrarre all’utile).
A cura di Egidio Veronesi
Ebitda e Ebit
Il termine EBITDA non è altro che l’acronimo di una definizione anglosassone, ovvero: Earning Before Interest Tax Depreciation Amortization.
La traduzione è: guadagno prima (di detrarre) gli oneri finanziari, le tasse, gli ammortamenti e le svalutazioni.
Nell’articolo della precedente settimana avevamo esposto un conto economico, cioè il prospetto che serve per determinare gli utili. In parole povere:
ricavi – costi = guadagno
come ci insegnavano alle elementari in forma scalare, cioè partendo dai ricavi e togliendo a seguire prima i costi per beni e servizi impiegati nell’azienda, poi di seguito gli ammortamenti, gli oneri finanziari ecc. Dopo aver tolto tutti i costi rimane l’utile netto, il guadagno del periodo. Questo è l’esempio di conto economico della scorsa settimana con alcuni numeri variati:
La forma di questo conto economico si dice “scalare” perché si parte dai ricavi e poi via, via “a scalare” si tolgono tutti i costi. È il formato obbligatorio che devono adottare tutte le imprese.
Esponendo costi e ricavi con la sequenza “a scalare” abbiamo prontamente disponibili alcuni risultati “intermedi” come, ad esempio, l’utile al lordo degli oneri finanziari o al lordo delle imposte.
A volte viene fatta l’affermazione: “ho il bilancio in perdita perché pago troppi interessi”.
Con la configurazione “scalare” la risposta è immediata: se la differenza A-B è negativa già l’azienda è in perdita e quindi gli interessi hanno solamente peggiorato la situazione, come nell’esempio che segue:
L’EBITDA, cioè l’utile al lordo di imposte, tasse, ammortamenti e svalutazioni lo dobbiamo invece calcolare.
Prendiamo una nuova situazione economica positiva, sempre nella forma “scalare”:
Prendiamo la differenza (A-B) tra valore e costo della produzione che è pari a euro 51.500. Tasse e oneri finanziari sono sotto, per cui basterà sommare gli ammortamenti per ottenere l’EBITDA che sarà quindi pari a euro 51.500 + 8.500 = 60.000 euro.
Se la domanda ora è: guadagna abbastanza la mia azienda? la risposta sarà: dipende….
Possiamo comunque affermare che, in valore assoluto, l’azienda, a prima vista, va decisamente bene perché ha un EBITDA pari al 26% del fatturato. Nelle aziende, in media, già un valore del 20% è da considerarsi buono.
Un’ultima parola sull’EBIT che non è altro che l’EBITDA al quale vengono sottratti gli ammortamenti e le svalutazioni. Nel nostro caso non essendoci svalutazioni coincide con il reddito al lordo delle imposte: euro 46.500. In breve, EBITDA ed EBIT misurano le performance di un’azienda a due livelli diversi.
EBITDA esprime più un concetto di marginalità lorda dell’azienda. EBIT invece esprime la redditività completa di un’azienda senza considerare l’impatto degli oneri finanziari e delle imposte.
A cura di Egidio Veronesi
Il conto economico
Nell’attuale configurazione prevista dalla normativa europea , che serve a rendere comprensibili i bilanci delle aziende con sede nella UE, il Conto Economico può fornirci importanti elementi di giudizio sull’andamento dell’attività.
Un tempo...
….il conto economico era rappresentato da due semplici colonne: la colonna DARE a sinistra riportava l’elenco dei COSTI mentre la colonna AVERE di destra riportava l’elenco dei RICAVI. La differenza era chiaramente l’utile, come ci insegnavano un tempo già alle elementari nei problemi di aritmetica: RICAVO meno COSTO = guadagno!
Nella classica configurazione a “blocchi” veniva rappresentato in questo modo:
Dove il rettangolo dell’utile è pari all’esatta differenza tra COSTI e RICAVI.
Oggi...
…tutto è cambiato e il bilancio si presenta in forma scalare, ovvero mettendo COSTI e RICAVI in una unica colonna, e sottraendo i costi man mano fino ad arrivare all’UTILE.
Riportiamo di seguito un conto economico molto semplice che tralascia, per agevolarne la lettura, valori quali ammortamenti e variazione delle rimanenze ma che consente di capirne in modo chiaro la struttura:
Analisi dei dati
Come si può vedere siamo:
- partiti dai RICAVI pari a 20.000 euro;
- poi abbiamo tolto tutti i costi di gestione pari a 16.000 euro;
- e ottenuto un primo valore di 4.000 euro, che rappresenta in breve sintesi la marginalità complessiva dell’azienda. Ovvero quanto valore ha creato.
Quando questo numero è negativo o vicino allo zero l’azienda ha sicuramente problemi perché non crea ricchezza. Esaminando il conto economico possiamo anche rispondere alla domanda: quanto vale la mia azienda?
Se la nostra azienda produce 4.000 euro di marginalità lorda possiamo considerare un moltiplicatore di tale valore da 4 a 7 volte, a seconda del settore in cui si opera (ma anche in funzione delle caratteristiche dell’azienda, dimensione ecc.). Qualora il risultato fosse negativo (PERDITA) potremmo agevolmente capire se sono gli oneri finanziari che generano la perdita. La forma scalare, infatti, li isola e li mette dopo il valore della produzione.
Possiamo anche calcolare semplici indicatori quali ad esempio il rapporto tra margine lordo e ricavi, che nel nostro caso è pari a 4.000/20.000 = 20% oppure l’incidenza degli oneri finanziari sul fatturato <(300/20.000 = 15%).
Ma non è tutto, possiamo infatti calcolare anche l’incidenza del costo delle materie prime sul fatturato, l’incidenza del costo del lavoro, confrontare mese per mese, trimestre per trimestre, anno per anno.
Cominciando così ad avere una reale consapevolezza dei numeri della nostra azienda.
A cura di Egidio Veronesi
Lo stato patrimoniale- gli indicatori finanziari
A volta basta un semplice numero per misurare, valutare una situazione o una condizione.
Ad esempio, sto guidando l’auto e voglio vedere quanto vado veloce. Basta controllare il contachilometri: 100 orari. Un semplice numero che misura a quanto sta correndo un’automobile con un guidatore, magari con qualche passeggero a bordo e in una strada più o meno trafficata o pericolosa. Il numero che esprime la velocità mi serve per misurare una realtà complessa e mi permette di valutarla e di trarre diverse indicazioni.
Ad esempio, devo stare attento ai Velox per non prendere una multa!
Allo stesso modo, considerando quanto è complessa un’azienda e quante dinamiche la governano, posso calcolare alcuni numeri (o indicatori) che mi permettono di trarre indicazioni sull’andamento aziendale, su eventuali rischi, sulla sua gestione.
Riprendiamo la situazione patrimoniale presentata nell’articolo della settimana scorsa:
Una domanda che si pongono spesso gli imprenditori è la seguente: La mia azienda è molto indebitata ?
Posso rispondere calcolando la somma di crediti e liquidità: crediti 200 + cassa e banca 100 = 300
I debiti totali sono dati dalla somma di: mutui passivi 200 + Debiti v/fornitori 300 + debiti per TFR 300 + debiti fiscali per 100; totale dei debiti 900.
Quindi debiti 900 e crediti 300. La conclusione è che i debiti sono il triplo dei crediti.
Se voglio calcolare un indicatore devo fare un semplice rapporto tra i numeri (frazione) dove metto al numeratore crediti e denominatore debiti. Il risultato sarà 300/900 = 0,33
Questo indicatore, abbastanza grossolano perché ho semplificato molto, sarà da seguire nel tempo.
Se fra sei mesi lo calcolo di nuovo e avrò come risultato 0,50 allora la mia azienda avrà migliorato il proprio indebitamento. Se sarà 0,20 lo avrà peggiorato. Più si avvicina a 1 e migliore sarà la situazione.
Un altro indicatore interessante...
…può essere il rapporto tra capitale proprio e debiti, mettendo al numeratore la somma di tutti i debiti (900 come abbiamo visto) e il capitale netto, inteso come differenza tra attività e passività (200).
Il rapporto sarà 900/200 = 4,5 che tradotto in parole povere significa che il rapporto tra il capitale dell’imprenditore e i crediti di terzi è di quattro volte e mezzo. Più si abbasserà questo valore e più avremo autofinanziato la nostra azienda. Sarà quindi interessante seguire questo indicatore nel tempo.
Di indicatori se ne possono calcolare tanti e tutti hanno un significato importante per l’imprenditore. Ma ogni buon imprenditore dovrà scegliere gli indicatori più adatti per la propria azienda.
Calcolare periodicamente semplici indici e confrontarne l’evoluzione nel tempo significa imparare a conoscere la propria azienda. Per sapere se siamo messi meglio o peggio di altri, sarà sufficiente calcolare gli indicatori sui bilanci dei concorrenti. Se sono S.r.l. potremo prelevarli dalla camera di commercio con una spesa di poco superiore a 1 euro per bilancio.
La vostra azienda con i numeri visti è in cattive condizioni?
Probabilmente no, ma per dare una risposta corretta occorre esaminare il conto economico. Sarà il tema dell’articolo della prossima settimana.
A cura di Egidio Veronesi
Lo stato patrimoniale: un caso realmente accaduto
Alcuni anni fa sono stato chiamato da una società a risolvere un caso che pareva complesso, ma che sarebbe stato semplice da prevenire se l’imprenditore avesse letto correttamente la situazione patrimoniale della propria società e fatto le necessarie valutazioni.
L'azienda
L’azienda era un grosso centro di riparazione ed assistenza di una certa categoria di elettrodomestici e operava per multinazionali in tutto il nord Italia, impiegando una trentina di dipendenti. Aveva un importante magazzino di circa 500mila euro di ricambi e personale altamente qualificato.
Cosa accadde
Purtroppo, i prodotti di cui curava la manutenzione stavano lentamente diventando obsoleti a causa dell’innovazione tecnologica. Inoltre:
- Il fatturato, da parecchi milioni di euro, cominciò a calare per il semplice motivo che il business si stava riducendo alla sola assistenza post-vendita e alle riparazioni in garanzia.;
- Gli elettrodomestici diventavano sempre più economici, e spesso di importazione, per cui diventava più conveniente la sostituzione rispetto alla riparazione;
- La riduzione del fatturato comportò le prime riduzioni del personale rivolte in un primo periodo ai prepensionamenti. La conseguenza fu un importante esborso finanziario in termini di TFR;
- Man mano che si riduceva il fatturato i dipendenti si licenziavano e l’azienda ben presto si trovò nell’ impossibilità di pagare i licenziamenti.
Eppure, fino a qualche tempo prima l’azienda lavorava e tutto sembrava procedere nel migliore dei modi.
La situazione patrimoniale
Vediamo ora quale era la sua situazione patrimoniale secondo lo schema che abbiamo visto la settimana scorsa. Entriamo maggiormente nel dettaglio delle voci suddividendo ATTIVO e PASSIVO nelle singole componenti:
Tuttavia, l’evoluzione tecnologica stava drasticamente riducendo il valore del magazzino portandolo nel giro di pochi anni a zero. Ciò comportava una sua completa svalutazione che avrebbe radicalmente cambiato l’aspetto dello stato patrimoniale che sarebbe diventato, dopo l’azzeramento del magazzino, come quello che segue:
L’azzeramento del magazzino riduceva l’attivo rendendolo minore del passivo. La differenza diventava un deficit patrimoniale. Se il fatturato fosse rimasto pressoché invariato l’azienda sarebbe rimasta in piedi. La riduzione del fatturato, però, e i conseguenti licenziamenti richiedevano sempre maggiori risorse finanziarie che l’azienda non possedeva più.
Si cominciò con il rateizzare i licenziamenti, arrivarono le prime cause sindacali e alla fine l’azienda divenne insolvente con lo spettro del fallimento.
Le domande che avrebbe fatto il curatore agli incauti amministratori, vedendo un magazzino così elevato ma dal valore nullo, sarebbero state:
- Perché non avete capito anzitempo che il mercato e la tecnologia stavano cambiando?
- Perché non avete svalutato il magazzino anno per anno in modo da capire che il vostro capitale si stava erodendo?
In casi simili gli amministratori sono responsabili per negligenza e rischiano grosso perché non c’è Srl (società a responsabilità limitata) che tenga.
Come procedemmo
Quella volta procedemmo con la rottamazione fiscale e lo smaltimento del magazzino e mettemmo in liquidazione l’azienda per prendere tempo.
Come? affittandola a una nuova società costituita appositamente, che avrebbe portato avanti con pochi dipendenti il piccolo business rimasto redditizio. Si riuscì con un po’ di fortuna a vendere l’immobile a buon prezzo e con qualche trattativa con i fornitori si riuscì a chiudere senza troppi danni.
Tutto questo poteva essere evitato?
Sì, se solamente gli amministratori avessero osservato bene i propri numeri anno per anno e avessero tenuto d’occhio i valori scritti nel proprio stato patrimoniale. Numeri che devono rappresentare la realtà e non solo necessari per pareggiare il Dare con l’Avere.
Mantenere sempre valori corretti in bilancio è un obbligo di legge, oltre che ad essere di grande utilità per l’imprenditore. Tanti possono essere i valori iscritti in bilancio che possono fuorviarne la rappresentazione: crediti ormai persi, immobilizzazioni senza più alcun valore, magazzino obsoleto. Ed è in questi casi che occorre procedere alla loro cancellazione o svalutazione.
A cura di Egidio Veronesi
Lo stato patrimoniale- come leggerlo e quali informazioni può darci
Negli articoli precedenti ho spiegato come viene redatto lo stato patrimoniale e cosa rappresenta.
In sostanza è una specie di “inventario” che viene fatto a una certa data e che comprende tutti i beni e tutti i debiti dell’azienda. Si fa solitamente alla fine dell’esercizio, in modo da avere una situazione che può essere confrontata con quella degli anni passati e futuri.
Quando la somma dei crediti, delle disponibilità finanziarie e dei beni aziendali (che formano le attività) risulta superiore alla somma dei debiti (le passività) significa che c’è un patrimonio netto “positivo”, quindi le cose non vanno troppo male.
Quando, invece, la somma delle attività è inferiore alle passività abbiamo un patrimonio netto “negativo”, detto più comunemente “deficit patrimoniale”.
Esempio 1
Facciamo di seguito un esempio che raffigura crediti e debiti come masse, utilizzando dei rettangoli la cui dimensione rappresenta la somma dei valori che raggruppa:
Non facciamoci confondere dal fatto che il patrimonio netto è collocato nella sezione di destra dello stato patrimoniale. Esso rappresenta unicamente la differenza tra ATTIVO e PASSIVO.
Nel prospetto rappresentato, se i valori indicati nell’attivo e nel passivo sono corretti, potrò decidere di chiudere la mia azienda senza troppi problemi e senza debiti.
Esempio 2
Rappresentiamo ora una situazione patrimoniale dove i debiti sono maggiori dei crediti. La differenza tra le due masse rappresenta il “deficit patrimoniale”, ovvero la somma che dovrei sborsare per pagare tutti i creditori in caso di chiusura dell’azienda.
L’entità del patrimonio netto è valutata attentamente dalle banche così come dal giudice quando l’azienda entra in una procedura concorsuale. L’imprenditore che ha un patrimonio netto negativo dovrà quindi preoccuparsi.
Esistono aziende che continuano a lavorare con un patrimonio netto negativo?
La risposta, purtroppo, è sì.
Tante aziende hanno un patrimonio netto negativo ma riescono a continuare l’attività pagando anche regolarmente i propri impegni, questo perché le loro entrate riescono a bilanciare le uscite.
Come è possibile? Magari si è ricorsi a un finanziamento indebitando l’azienda, senza indagare sul perché il debito aumenta. Spesso purtroppo gli imprenditori non approfondiscono le cause della perdita del capitale della propria azienda e continuano ad accumulare debiti che non percepiscono.
Come, ad esempio, quando si accumula debito sotto forma di TFR dei dipendenti o sotto forma di debiti tributari che riescono a tamponare rateizzando. Alla fine, però, le cose peggiorano e prima o poi si arriva alla resa dei conti.
A cura di Egidio Veronesi



























