Questa settimana iniziamo a entrare nei meccanismi dell’azienda, soffermandoci su un aspetto spesso sottovalutato: l’attenzione quotidiana ad alcuni indicatori fondamentali, in grado di segnalare lo stato di salute dell’azienda e di cogliere tempestivamente eventuali segnali di peggioramento.
Negli studi dei commercialisti si ripete frequentemente una scena: l’imprenditore entra e afferma: «Ho qualche problema di liquidità, ma è temporaneo. Appena passa questo momento, ci riprendiamo.»
Analizzando i bilanci degli ultimi tre anni, il commercialista però comprende subito che quel “momento difficile” ha radici molto più profonde di quanto l’imprenditore voglia ammettere. Questa dinamica ha un nome: negazione (o sottovalutazione) della crisi. Si tratta probabilmente della causa più sottovalutata di liquidazione giudiziale in Italia.
La crisi non è un evento. È un processo.
Il primo equivoco da sfatare: la crisi non si manifesta nel giorno in cui la banca revoca il fido o quando l’imprenditore non riesce più a pagare i fornitori. Quella è la crisi conclamata — l’ultimo atto di un deterioramento che si è sviluppato per anni, silenziosamente.
Gli studiosi definiscono questo processo “dinamica involutiva”: un percorso che attraversa quattro fasi, ognuna più grave della precedente.
Le quattro fasi della crisi (o stazioni, così possiamo anche chiamarle)
Disordine
Tutto sembra funzionare, ma sotto la superficie si accumulano piccole disfunzioni: troppo stock, processi mai aggiornati, risposte lente ai cambiamenti del mercato, perdita di clienti superiore a quelli nuovi acquisiti ecc.. Si tratta di segnali che presi singolarmente sembrano innocui, Insieme, corrodono le fondamenta.
Deterioramento reddituale
I margini si assottigliano, arriva la prima perdita. Scatta la razionalizzazione: «Anno difficile, guerra, inflazione, l’anno prossimo recuperiamo.» Una perdita isolata non è una condanna; tuttavia lo diventa quando si ripete, quando deriva da problemi strutturali, quando erode la capacità futura di produrre reddito.
Deterioramento finanziario
Le perdite divorano la liquidità: l’azienda fatica a pagare fornitori, rate del mutuo, leasing, contributi e tasse. La crisi esce dall’azienda e diventa visibile all’esterno. L’errore più comune? Pensare che nuovi finanziamenti risolvano il problema. Se i problemi economici non sono risolti, aggiungere debito è come spegnere un incendio con la benzina.
Deterioramento patrimoniale
Le passività superano le attività. Il patrimonio è negativo. Le opzioni si contano sulle dita di una mano e nessuna è piacevole.
Il problema è lo specchio
Se le fasi sono chiare, perché tante aziende arrivano all’ultimo (e troppo tardi) prima di chiedere aiuto? La risposta è spesso psicologica: l’imprenditore tende ad identificarsi con la propria azienda.
Ammettere la crisi significa ammettere una sconfitta personale. Per questo motivo si minimizza, si procrastina, si attribuisce tutto a cause esterne. I segnali deboli vengono negati o reinterpretati. Quando si chiede finalmente aiuto, il margine di manovra è già drasticamente ristretto.
I segnali che non vuoi vedere
I tempi di incasso si allungano. Il magazzino cresce senza una crescita proporzionale delle vendite. I margini si riducono trimestre dopo trimestre. Nonostante tutto ciò, c’è sempre una spiegazione puntuale.
Si usano linee di credito a breve per finanziare investimenti strutturali. Si ritardano i pagamenti fiscali. I dipendenti migliori se ne vanno. Nessuno di questi segnali, da solo, è una condanna. Osservati nel loro insieme, e soprattutto nel tempo, delineano una traiettoria precisa.
La domanda giusta
Se sei un imprenditore e hai letto fin qui, il suggerimento è uno solo: indipendentemente dal fatto che l’azienda stia andando bene, meno bene o si trovi in una fase di apparente stabilità, se non è mai stata effettuata una valutazione adeguata dei sistemi di monitoraggio dell’andamento aziendale, è necessario intervenire.
Occorre adottare adeguati assetti organizzativi come previsto dalla legge, non solo per salvaguardare il valore dell’azienda, ma anche per adottare le necessarie misure correttive, eventualmente con l’aiuto di consulenti esperti in materia.
In definitiva la domanda giusta che ogni imprenditore deve farsi non è «la mia azienda è in crisi?».
La domanda giusta è: «se stesse entrando in crisi, lo saprei?»
A cura di Elisa Ghelfi
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