Controllo di gestione e cultura: le risposte al cambiamento

Da diversi anni a questa parte gli imprenditori, e non solo, sono “bombardati” da concetti come: valori aziendali, missione e cultura aziendale, controllo di gestione.

Per quale motivo si insiste tanto su questi concetti? E perché sono così importanti?

Perché i valori di un’azienda rappresentano le fondamenta su cui si costruisce e definisce la missione aziendale e le conseguenti strategie. D’altronde si sa, senza strategie non esiste un organico sistema di controllo di gestione.

I principi di comportamento, i valori che caratterizzano un’azienda sono da considerarsi come le coordinate di un viaggio che permettono all’imprenditore, e ai suoi dipendenti, di prendere decisioni in maniera tempestiva e in linea con gli obiettivi strategici.

E’ bene, però, non affezionarsi troppo alla cultura della propria azienda perché il rischio è quello di non essere in grado di vedere il cambiamento che la circonda.

Ecco perché nel tempo occorre adottare nuovi principi, abitudini, fare scelte coraggiose che implicano, tra le tante cose, avvalersi di nuovi modelli d’azione. Inutile dire che la cultura aziendale non cambia dall’oggi al domani è, infatti, un lungo e costante processo di trasformazione e metabolizzazione.

Tuttavia, è inevitabile. Per meglio dire: è inevitabile se si vuole proiettare la propria azienda nel futuro.

Non c’è cambiamento senza decisione

Ogni imprenditore, in qualità di traghettatore della propria azienda, prende delle decisioni sulla base delle informazioni che gli forniscono i propri dipendenti e/o collaboratori oppure sulla base della sua esperienza diretta.

Decisioni che devono assicurare alla propria attività un vantaggio competitivo nei confronti dei concorrenti che operano nel medesimo mercato di riferimento.

In situazioni di questo tipo, dove l’imprenditore deve svolgere un delicato compito, e cioè “prendere decisioni”, cosa può indirizzarlo verso le scelte migliori?

Risposta: il controllo di gestione. La “cassetta degli attrezzi” in grado di fornirgli gli strumenti adeguati e le informazioni giuste al momento giusto.

Ogni decisione deve essere presa a partire da una chiara fotografia del contesto in cui l’azienda opera e tale contesto deve essere poi calato all’interno della struttura aziendale, affinché tutti ne possano venire a conoscenza.

Ciascun dipendente, collaboratore deve essere consapevole non solo in quale mercato l’azienda per cui lavora si muove, ma anche i valori e i principi che rappresentano il motore dell’attività operativa quotidiana.

Valori e principi che devono essere comunicati in maniera chiara e sistematica, al fine di raggiungere in maniera coordinata gli obiettivi aziendali.

Non c’è cambiamento senza decisione

Continuo cambiamento

Da una parte il controllo di gestione, dall’altra la cultura.

Cosa unisce questi due poli? Il continuo cambiamento.

Cambia la cultura esterna e interna all’azienda e, di conseguenza, anche il controllo di gestione deve adeguarsi e cambiare nel tempo. Solo in questo modo, infatti, le persone che lavorano all’interno dell’azienda potranno prendere le giuste decisioni.

L'ennesima spesa

Pianificazione, controllo, analisi ecc. spesso vengono considerati dagli imprenditori come gli ennesimi costi che portano via tempo senza creare valore.

Ma è veramente così?

E se fossero proprio questi aspetti a permettere a un’azienda di monitorare tutte le prospettive di crescita e creazione del valore a partire da una pianificazione e analisi costante di elementi qualitativi e quantitativi?

Oltre i dati del commercialista

Quante volte ti è capitato di ricevere dal commercialista i dati e i modelli per il controllo di gestione che poi, il più delle volte, hai lasciato e dimenticato chissà dove?

Qui il punto critico: il controllo di gestione non è una pratica che deve essere svolta dal commercialista. Il controllo di gestione deve essere svolto dall’azienda e all’interno dell’azienda.

Il commercialista, nel caso specifico, è colui che fornisce gli strumenti affinché l’azienda possa poi operare in autonomia. Il commercialista illustra le istruzioni del gioco, l’azienda “gioca” mettendole in pratica.

Il commercialista accompagna l’impresa in una prima fase, ma poi questa dovrà essere in grado di camminare con le proprie gambe verso i suoi obiettivi.

A cura di Rebecca Molinari con la collaborazione di Andrea Bergonzoni


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M&W Professionista- Simone Vincenzi

Simone Vincenzi laureato in economia presso l’Università di Parma. Specializzato in questioni relative alla gestione delle imprese, valutazione d’azienda, sviluppo di impresa, controllo di gestione, pianificazione economico-finanziaria e business plan.

A tal proposito, com’è cambiato a tuo avviso il modo di fare impresa in Italia?

Il mondo cambia, lo fa di continuo, e gli imprenditori devono dimostrare di potersi adattare altrettanto velocemente. Stiamo vivendo profondi cambiamenti sotto diversi aspetti e in particolar modo nell’etica imprenditoriale e nell’evoluzione dei processi grazie all’Intelligenza Artificiale.

Fare impresa oggi significa impattare positivamente sulle persone e sull’ambiente, mentre si genera profitto.

Le imprese devono operare in maniera responsabile, sostenibile, inclusiva e trasparente per garantire un futuro alla propria organizzazione.
Responsabilità e sostenibilità” vanno intesi come presa di coscienza che il soddisfacimento dei bisogni della generazione di oggi non deve compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri.

Secondo un recente articolo di Euroconference tra i soggetti che hanno contribuito a un immobilismo della cultura d’impresa in Italia ci sono: il Legislatore (in particolare il Legislatore Fiscale) e, per diretta conseguenza, la classe dei commercialisti.

Sei d’accordo con questa affermazione?

La classe dei commercialisti è ampia e al suo interno vi sono validi professionisti, ma anche figure che non possiedono la necessaria vision per contribuire ad un’evoluzione positiva della cultura d’impresa.

Dall’altra parte abbiamo un Legislatore Fiscale che continua sulla strada delle contraddizioni e che non garantisce un sistema fiscale semplice, chiaro e trasparente a chi vuole fare impresa.

Quanto è importante la cultura aziendale e come si combina/integra con le pratiche di controllo di gestione?

Il processo di pianificazione e controllo delle performance non può prescindere dal prendere in considerazione un’analisi adeguata della cultura all’interno dell’impresa. Gli strumenti di pianificazione e controllo devono entrare a far parte della cultura aziendale, essere condivisi e accettati da chi fa parte dell’impresa, onde evitare meccanismi di resistenza al cambiamento.

Gli imprenditori devono fare attenzione a non buttarsi allo sbaraglio portando avanti progetti imprudenti e svincolati da una logica di programmazione e pianificazione corretta.

A tuo avviso, quali sono gli strumenti necessari per fare impresa oggi?

Partendo dal presupposto che per fare impresa occorre un’ idea imprenditoriale adeguata, dal punto di vista tecnico serve necessariamente una conoscenza di base di quelle che sono le dinamiche economico finanziarie (business plan, budget, comprensione dei margini, pianificazione dei flussi di cassa anche previsionali attraverso la Business Intelligence etc.) al fine di poter governare e avere il controllo consapevole della propria impresa.

A queste vanno aggiunte le competenza chiamate “Soft Skills”, che sono altrettanto necessarie per fare business come, ad esempio, capacità relazionali e comunicative, capacità di comprendere il contesto, capacità di adattarsi al cambiamento, capacità di creare una struttura inclusiva, avere un adeguato mindset digitale etc.

Qual è la più grande sfida che gli Studi di commercialisti devono affrontare nel mercato odierno per fare consulenza alle imprese?

Non esiste, nel mondo che cambia, il professionista che possa dire” Faccio tutto io”.

La risposta corretta è, invece:

”Abbiamo le competenze specifiche, gli strumenti specialistici e le conoscenze per creare un team di lavoro col quale l’imprenditore potrà collaborare. Lo scopo del team è dare concretezza al progetto imprenditoriale collaborando in funzione del risultato finale “.

In questo contesto i professionisti devono imparare a fare squadra e sviluppare competenze che vadano oltre la classica consulenza fiscale, ovvero fornire consulenza strategica, perché la competenza vera è la capacità di indicare all’imprenditore soluzioni che gli consentano di perseguire i propri progetti in un mondo che cambia velocemente.

Intervista a cura di Rebecca Molinari


MOG 231 e micro/piccole imprese: un binomio (im)possibile

Si parla spesso di Modello 231 – vale a dire di modelli organizzativi e gestionali, ma spesso si afferma anche che tali modelli, per loro natura, sarebbero strutturalmente incompatibili con le micro/piccole imprese.

Perché?

O perché costosi. O perché inutili.

Sul versante “costi”, poco c’è da dire.

Nessuno mette in dubbio che ri-organizzare la propria azienda, anche sotto il profilo legale, costi.

Il punto è che, oggi come oggi, un’azienda che voglia davvero fare business contestualmente garantendo la propria sopravvivenza non può più pensare di prevenire unicamente i rischi classici, ma deve necessariamente organizzare sé stessa e, con essa, la propria attività in modo tale da prevenire i rischi legati alla mancata conformità a determinate norme.

Cambio di prospettiva

In quest’ottica e come già osservato in altre occasioni, è sempre più necessario cambiare prospettiva. È davvero sempre più necessario, quindi, iniziare a comparare i costi propri di sistemi di controllo e presidi interni con i benefici che innegabilmente derivano dalla possibilità di contenere i rischi anche legali.

Sul versante "inutilità"

Sul versante “inutilità”, invece, molto c’è da dire.

La ragione per la quale si è soliti affermare che, nell’ambito delle micro/piccole imprese, i Modelli 231 sarebbero inutili è presto detta.

Nell’ambito delle imprese con meno di 10 dipendenti (microimprese) e in quelle con meno di 50 dipendenti (piccole imprese), solitamente, c’è totale sovrapposizione tra persone fisiche e persona giuridica.

Ciò renderebbe appunto inutile l’adozione di un Modello 231, non essendo lo stesso in grado, per le ragioni qui esposte, di scudare la società.

Vale a dire evitare che anche la stessa venga chiamata a rispondere, in sede penale, del reato-presupposto commesso dalla persona fisica operante in suo nome e per suo conto, nonché nel suo interesse o a suo vantaggio.

Nell’affermare tutto ciò, tuttavia, ci si dimentica:

  • del fatto che la legge (d.lgs. 8 giugno 2001, n. 231) vige anche nell’ambito delle micro/piccole imprese;
  • e del fatto che, già da anni, le linee-guida di Confindustria passino in rassegna – e risolvano – il (finto) problema di cui stiamo parlando.

Come?

Semplicemente dettando una serie di corretti consigli pratici.

Progettare e costruire un Modello 231 nell’ambito di una micro/piccola impresa, infatti, è cosa che semplicemente impone di ragionare secondo principi sintetici; oltre ad elaborare/implementare regole già esistenti che in quanto tali risultano già calate nell’effettiva e quotidiana realtà operativa propria della micro/piccola impresa di riferimento.

Detto ciò, contrariamente a quanto si è soliti ritenere, è dunque possibile introdurre, anche nell’ambito delle micro/piccole imprese, best practices (migliori pratiche, procedure)– codice etico, organigramma aziendale e correlativi poteri autorizzativi, sistema di remunerazione, procedure di controllo, formazione, etc. – che contribuiscano a migliorare la governance (la gestione) dell’azienda.

Nonostante quanto erroneamente si è portati a credere, insomma, i Modelli 231 rappresentano utilissimi strumenti di governance anche nell’ambito delle micro/piccole imprese, consentendo alle stesse di ottenere migliori rating di legalità e, con essi, più facili ed immediati accessi a finanziamenti pubblici e credito bancario.

A cura di Guido Sola e Nicolò Superbi


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M&W Professionista- Elisa Ghelfi

Elisa Ghelfi laureata in economia presso l’Università di Modena, iscritta all’Ordine dei Dottori Commercialisti di Modena e al Registro dei Revisori Legali. Da poco hai conseguito l’attestato per l’iscrizione negli elenchi dei professionisti che provvedono alle operazioni di vendita.

A tal proposito, come riuscire a conciliare lavoro e formazione continua?

Il nostro lavoro è caratterizzato dalla mancanza di tempo dovuto principalmente al susseguirsi incalzante di scadenze sempre più fitte, è pertanto innegabile la difficoltà di conciliazione tra rispetto delle tempistiche imposte dall’agenzia delle entrate e necessità di formarsi ed aggiornarsi.

La formazione continua, oltre che ad essere un obbligo imposto dall’albo di appartenenza, deve essere una priorità per il professionista che crede nella qualità della consulenza offerta, orientando la stessa verso le proprie passioni e i propri interessi senza voler peccare di tuttologia.

Ciò è possibile solo se si è in grado di metter ordine e dare la giusta importanza alle cose, sapersi organizzare e lavorare non per emergenze (senza però inficiare sulla capacità di saper reagire all’imprevisto), dedicando il tempo necessario alla formazione.

Diversi sono gli studenti che ogni anno si iscrivono alla facoltà di economia, pochi però quelli che decidono di intraprendere una carriera all’interno di uno studio di commercialisti.

Colpa di una narrazione sbagliata della professione o incapacità degli studi di rendersi attrattivi ai nuovi talenti?

Entrambi in concomitanza e legati tra loro.

Da un lato viviamo in un’epoca in cui sempre più spesso la politica così come l’opinione pubblica (non da ultimi i social network ma anche tv, giornali) demonizzano il fisco e la nostra professione in una narrazione stereotipata, sterile ed errata che vede il primo ladro e il secondo complice.

Dall’altra l’incapacità di tanti colleghi di stare al passo con l’innovazione e la trasformazione della nostra professione, rimanendo legati al passato e al concetto di commercialista come di colui che “fa pagare le tasse”.

Il commercialista invece sarà sempre meno ragioniere e sempre più consulente. Il commercialista è colui che nel sedile a fianco dell’imprenditore consiglia, guida e corregge.

Ciò che troppo spesso non viene messo in risalto è l’enorme potenziale di questa professione sia in termini di grandissima soddisfazione personale per chi lo svolge che in termini di beneficio sociale per l’intera comunità.

Come vedi il futuro degli Studi di commercialisti e come possono rendersi attrattivi alle nuove generazioni?

Innovando, insegnando, coinvolgendo il più possibile.

L’unico modo per attrarre è mostrare cosa è realmente la nostra attività, utilizzando mezzi innovativi di facile utilizzo da parte delle giovani generazioni, non aver paura di trasmettere il proprio sapere così da poter far entrare appieno il giovane nel vortice della professione.

A proposito di futuro, al meeting estivo di M&W, che si è tenuto lo scorso 25 luglio, si è parlato di futuro, di cambiamento e di intelligenza artificiale. A tuo avviso, che impatto avrà l’intelligenza artificiale all’interno degli studi professionali?

Sarà il futuro e non potrà che arricchire la nostra professione.

M&W ormai da diversi anni ha capito che per competere nel mercato di riferimento è necessario aggregarsi, “unire le forze” pur continuando ad offrire un servizio di qualità e mantenendo un rapporto diretto con il cliente.

A tal proposito, quali sono a tuo avviso gli altri punti di forza che permettono allo Studio di continuare ad essere uno dei “principali attori” nel mercato di riferimento?

M&W rappresenta a mio avviso lo studio professionale del futuro incorporando innovazione, qualità del servizio e prestigio mantenendo l’umiltà, nobiltà d’animo ed etica professionale. Il clima di rispetto, disponibilità, fiducia che si respira tra collaboratori e con i clienti ne completano il profilo vincente.

Intervista a cura di Rebecca Molinari


Meeting estivo M&W- cambiamento: la chiave verso il futuro

Martedì 25 luglio si è svolto il consueto meeting estivo di M&W.

Tema dell’evento era: l’intelligenza artificiale e gli studi professionali- cambiamento: la chiave verso il futuro.

Di cosa abbiamo parlato

Durante l’incontro insieme a Mario Alberto Catarozzo di My Place Communications abbiamo parlato di innovazione e futuro e del motivo per cui non si può non cambiare.

Insieme a Federico Cairo, invece, di Expert.ai, software house fondata a Modena nel 1989, abbiamo cercato di comprendere come l’intelligenza artificiale cambierà le nostre vite.

Infine, a proposito di intelligenza artificiale, è stato illustrato il progetto che M&W sta portando avanti insieme a Paolo Messina fondatore di Mentally.ai azienda che offre soluzioni di AI per migliorare le operazioni aziendali.

L'intelligenza artificiale parte delle nostre vite

Ormai è un dato di fatto, l’intelligenza artificiale farà sempre più parte delle nostre vite sia private che lavorative. Davanti al cambiamento non si può e non si deve rimanere inermi, ma occorre adattarsi e, in certo senso, “trasformarsi”.

Per questo M&W sta investendo su progetti di intelligenza artificiale che permetteranno ai collaboratori di dedicarsi ad una consulenza sempre più mirata e specializzata.

A dimostrazione che l’intelligenza artificiale, nel caso specifico, non sostituirà ma aiuterà a svolgere il proprio lavoro. Abbracciamo il cambiamento consapevoli del fatto che rappresenta la chiave per il miglioramento continuo e per il futuro. Un futuro che sta diventando sempre più prossimo.

Uno scatto dell’evento di martedì 25 luglio

Siamo in un'epoca di trasformazioni e cambiamenti

Stiamo vivendo in un’epoca di grandi trasformazioni e cambiamenti. Un periodo storico in cui le novità corrono alla velocità della luce. O si è parte attiva di questo momento o si è spettatori, e noi come Studio M&W vogliamo essere soggetti attivi e proattivi.

Ogni investimento che facciamo per migliorare la nostra attività, è un investimento che facciamo anche e soprattutto per fornire un servizio di qualità al cliente, che rimane sempre e comunque al centro.

L'intelligenza artificiale non ci sostituirà, ma.....

…….cambierà completamente il nostro modo di lavorare. Ecco perché è necessario conoscere, essere flessibili e avere la capacità di trasformarsi.

D’altronde, come diceva Albert Einstein:

“La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario.”

E noi di M&W riconosciamo che, come detto in precedenza, il cambiamento è la chiave verso il futuro.

A cura di Rebecca Molinari


Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (CCII)

Solo il 15 luglio 2022, con la pubblicazione del D.lgs. è divenuto efficace il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (CCII), che nonostante la sua emanazione con il D.Lgs. n. 14/2019 del 12 gennaio 2019, non è entrato in vigore nell’agosto del 2020, come avrebbe dovuto.

Il ritardo di quasi due anni rispetto alla data prevista è stato principalmente dovuto a causa della crisi pandemica da covid-19, oltre che da alcuni interventi adottati per recepire la direttiva europea Insolvency 2017/1132.

Di cosa si tratta

Si tratta di una riforma di primaria importanza per la tutela del valore delle imprese in maniera del tutto innovativa. Si basa sul concetto della buona fede, tende ad una più efficiente garanzia dei creditori e alla salvaguardia del sistema economico nella sua totalità.

Si prefigge principalmente l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione della crisi, nonché di recuperare le imprese sane con prospettive di risanamento e, in caso di crisi accertata, di garantire rapide liquidazioni eliminando il disvalore legato al fallimento.

Il CCII codice annulla la vecchia legge fallimentare del 1942 e la più recente legge sul sovraindebitamento, normando in un solo codice gli strumenti per la crisi e l’insolvenza di ogni tipologia di debitore a prescindere dalla natura (imprenditore agricolo e commerciale, professionista consumatore, debitore civile) e dalle dimensioni dell’attività esercitata (impresa minore, non minore e gruppi di imprese).

Fasi di difficoltà dell'imprese

Le fasi di difficoltà dell’impresa si possono sintetizzare in:

  • Precrisi: la condizione di squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che rende probabile la crisi o l’insolvenza. Questa fase può essere rilevata con gli strumenti di prevenzione:
    • Doveri degli organi sociali e assetti organizzativi adeguati, necessari a rilevare in modo precoce lo stato di crisi;
    • Doveri di segnalazione dell’organo di controllo e dei creditori pubblici: i creditori pubblici (Agenzia delle Entrate, INPS, INAIL) e le banche hanno obblighi di segnalazione al superamento di determinate soglie. Tale segnalazione è rivolta esclusivamente al debitore e all’organo di controllo della società, con l’invito a valutare se ricorrano i presupposti per l’apertura della composizione negoziata. Ha quindi funzione meramente informativa, con l’obiettivo di incentivare l’imprenditore a valutare la propria situazione economico patrimoniale.

Una volta rilevato lo stato di precrisi, nel caso risulti ragionevolmente perseguibile il risanamento dell’impresa, l’imprenditore autonomamente può accedere alla Composizione Negoziata, tramite la piattaforma di Unioncamere. Attraverso la piattaforma l’imprenditore può:

  • Presentare l’istanza di nomina dell’esperto;
  • Accedere ad un test di autodiagnosi che consente all’imprenditore di valutare sin da subito l’entità della situazione di squilibrio e se sussistono concrete prospettive di risanamento;
  • Accedere ad una lista di controllo contenente domande e indicazioni per la redazione di un piano di risanamento;
  • Estrarre il protocollo per lo svolgimento delle trattative.
  • Crisi: lo stato del debitore che rende probabile l’insolvenza incapace di far fronte alle obbligazioni nei successivi 12 mesi. In questa fase è possibile utilizzare gli strumenti di ristrutturazione:
    • Accordi in esecuzione di piani di risanamento;
    • Accordi di ristrutturazione dei debiti;
    • Convenzione di moratoria;
    • Concordato preventivo in continuità;
    • Piano di ristrutturazione soggetto ad Omologazione c.d. PRO.
  • Insolvenza: lo stato del debitore che si manifesta con inadempimenti o altri fatti esteriori, i quali dimostrano che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. In questa fase è possibile utilizzare gli strumenti di liquidazione:
    • Concordato preventivo liquidatorio;
    • Concordato semplificato;
    • Liquidazione giudiziale (ex fallimento, termine sostituito e non utilizzato nel CCII in quanto si è ritenuto opportuno eliminare l’aurea di negatività, discredito, e stigma sociale che storicamente accompagna questa parola).

In conclusione

Il nostro ordinamento si è quindi voluto allineare al cambiamento culturale in atto a livello europeo per cui l’insolvenza rappresenta un fenomeno fisiologico all’attività d’impresa superabile attraverso l’esdebitazione e l’opportunità di un nuovo ingresso nel mercato, il c.d. fresh start.

A cura di Elisa Ghelfi


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M&W Professionista- Cristina Vicenzi

Questa settimana intervista a Cristina Vicenzi.

Iscritta all’Ordine dei Dottori Commercialisti di Modena e nel Registro dei Revisori Legali, ha maturato un’esperienza ventennale nel campo della consulenza alle imprese. Si occupa di redazione ed analisi di bilancio, dichiarazione e pianificazione fiscale, operazioni straordinarie.

La parola d’ordine, ormai in tutti i settori, è: cambiamento. A tuo avviso, qual è stato il più grande cambiamento che hanno dovuto affrontare gli Studi di commercialisti?

Quello culturale, che passa tramite la consapevolezza che se cambia il contesto economico, sociale e tecnologico bisogna essere in grado di mutare con esso, velocemente, e in un certo senso anticiparlo.

Stiamo vivendo in un periodo storico dove viene posta molta attenzione su tematiche quali la parità di genere, ESG, intelligenza artificiale. Come credi che stia rispondendo lo Studio M&W davanti a queste nuove sfide?

Con attenzione e impegno. Certo, sono sfide complesse che riprendono quel cambiamento culturale di cui parlavamo e che ci portano al concetto di miglioramento continuo.

Penso ad esempio alla parità di genere, che oltre all’aspetto retributivo riguarda temi come le mansioni ricoperte, la possibilità di crescita, la fiducia e la visibilità accordata. Tutti aspetti che in M&W abbiamo cercato di regolamentare per assicurare trasparenza e parità di trattamento, ma sui quali è necessario uno sforzo continuo anche per mettere a fuoco abitudini, espressioni o atteggiamenti sbagliati in un mondo, quello degli studi professionali, in cui tradizionalmente il genere femminile ha svolto un ruolo ausiliario e secondario.

Pensando alle tematiche ESG, invece, che non possono di certo essere trascurate, o all’intelligenza artificiale, direi che M&W ha colto che oltre ad essere una sfida rappresentano un’importante opportunità di crescita.

A proposito di intelligenza artificiale, a tuo avviso quanto darà e quanto toglierà agli Studi di professionisti, commercialisti?

Credo che darà più di quanto toglierà. La tematica dell’intelligenza artificiale può suscitare perplessità o diffidenza.

Tuttavia, applicata agli Studi professionali, dei commercialisti in particolare, penso che potrà essere utilissima: potrà, infatti,  svolgere mansioni ripetitive liberando risorse all’interno dello studio che potranno essere indirizzate per fornire ai clienti servizi a più alto contenuto professionale.

La professione del commercialista tende ad attrarre sempre meno le nuove generazioni. Colpa di una narrazione sbagliata della professione o incapacità degli studi di rendersi attrattivi ai nuovi talenti?

Direi entrambe. Se l’intraprendere la professione del commercialista è visto come un percorso lungo e difficile, con una crescita lenta e incerta è proprio perché gli studi tradizionali non riescono a dare e a progettare prospettive chiare, trasparenti, correttamente retribuite e con un percorso carrierale a lungo termine.

Come vedi il futuro degli Studi di commercialisti?

Penso che per il futuro la parola chiave sia: aggregazione.

Questo perché aggregandosi è possibile disporre delle risorse necessarie per affrontare le tante sfide provenienti dall’esterno ,viste come occasione e opportunità di crescita, oltre alla possibilità di fornire servizi specializzati e diversificati.

Concludiamo con la domanda che non può mancare: perché un privato o un’azienda dovrebbe scegliere lo Studio M&W?

Per le ragioni spiegate sopra: per la volontà di fornire ai nostri clienti un servizio qualificato e specializzato, che sia attento alle loro esigenze e che li sappia indirizzare individuando le migliori soluzioni possibili in un conteso complesso e mutevole.

Intervista a cura di Rebecca Molinari


Elisa Ghelfi tra i professionisti che provvedono alle operazioni di vendita

Festeggiamo i traguardi dei nostri collaboratori!

La nostra collaboratrice Elisa Ghelfi ha frequentato il “Corso di formazione per l’iscrizione negli elenchi dei professionisti che provvedono alle operazioni di vendita ex. art. 179-ter disp. -att. c.p.c.” e superato il test finale in data 8 giugno.

Il corso, articolato in 24 ore complessive, è stato organizzato dal Consiglio Nazionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili.

Il programma è stato predisposto sulla base delle Linee Guida generali per la definizione dei programmi di corsi di formazione e di aggiornamento elaborate dalla Scuola Superiore della Magistratura e pubblicate in data 7 aprile 2023.

Cosa vuol dire, però, “professionisti che provvedono alle operazioni di vendita”?

Come spiegato dalla dottoressa Ghelfi : “Colui che provvede alle operazioni di vendita è un professionista che, dietro specifica delega del giudice dell’esecuzione, gestisce la fase organizzativa ed esecutiva dell’asta immobiliare. Si occupa quindi, in base alle disposizioni di legge, di:

  • pubblicizzare la vendita del bene sottoposto ad esecuzione;
  • raccogliere le offerte di acquisto;
  • sovraintendere l’udienza d’asta ed aggiudicazione dell’immobile;
  • redigere al riparto delle somme ottenute ai creditori insinuati nella procedura secondo il principio della concorsualità.

Presso ogni Tribunale è istituito un elenco di professionisti che provvedono alle operazioni di vendita nelle esecuzioni immobiliari e mobiliari”.

Decreto Legislativo n.149 del 10 ottobre

Con il Decreto Legislativo n. 149 del 10 ottobre 2022 sono stati individuati i requisiti e gli obblighi formativi posti a carico dei Delegati iscritti nell’apposito elenco dei professionisti che provvedono alle operazioni di vendita.

La partecipazione al corso ha consentito l’assolvimento degli obblighi di formazione richiesti dal sopracitato articolo, ai fini dell’iscrizione nell’elenco dei professionisti che prevedono le operazioni di vendita, previo superamento con profitto della prova finale d’esame.

Possono ottenere l’iscrizione nell’elenco gli avvocati, i commercialisti e i notai che hanno una specifica competenza tecnica nella materia dell’esecuzione forzata (ottenibile con il superamento del corso), sono di condotta morale esemplare e sono iscritti ai rispettivi Ordini professionali.

Formazione continua

Ormai è un dato di fatto, la formazione continua è essenziale per poter fornire un servizio di qualità e competere sul mercato.

“La formazione continua riguarda tutte le professioni ordinistiche che, sia per obbligo che per volontà, sono chiamate ad aggiornarsi periodicamente.”

Continua la dottoressa Ghelfi, “Tale esigenza nasce oltre che dal succedersi incalzante della normativa del settore, anche e soprattutto per acquisire una maggior padronanza della professione e poter offrire il miglior servizio possibile sul mercato di riferimento.

Al di là quindi degli obblighi di acquisizione dei crediti formativi, che ciascun ordine prevede, deve sussistere in ogni professionista la volontà di mantenersi aggiornato per essere competitivo e professionalmente valido.

La grande caratteristica del nostro periodo storico, in particolare in riferimento alle professioni amministrative, quale il commercialista o il consulente del lavoro, è la mancanza di tempo. Pertanto, è innegabile che l’investimento nella propria formazione è tanto fondamentale quanto difficoltoso.

A cura di Rebecca Molinari


Perché adottare il modello 231?

Quando si parla di certificazioni, di privacy, di cybersecurity, di tax compliance, di sostenibilità, ci si chiede spesso che cosa sia un modello 231 e quali ne siano le logiche.

Perché nasce il modello 231?

Il modello 231 nasce per contrastare la c.d. criminalità d’impresa: le persone fisiche che operano in nome e per conto delle aziende, in altre parole, non devono poter commettere reati nell’interesse/a vantaggio delle stesse e soprattutto, nell’indifferenza organizzativa e gestionale delle medesime.

Le sanzioni previste dal decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 sono penetranti: si tratta di sanzioni pecuniarie, interdittive, confisca del prezzo o del profitto del reato e pubblicazione della sentenza di condanna.

Cosa devono fare le aziende per dimostrare la loro non indifferenza organizzativa e gestionale?

La risposta risiede in detto modello 231. Adottare un modello 231 significa costruire un semplice documento.

Questo documento consta d’una parte generale e di più parti speciali, alle quali si vanno ad affiancare codice etico e sistema disciplinare.

Il codice etico rappresenta i valori propri dell’azienda, con ciò raccontando sé stessa, la propria storia e la propria mission da innovativo e certamente moderno angolo visuale.

Il sistema disciplinare va ad implementare l’impianto sanzionatorio derivante da Codice civile, c.d. statuto dei lavoratori e contratto collettivo nazionale di lavoro di riferimento, con ciò permettendo all’azienda di sanzionare, altresì, le violazioni del modello 231 anche laddove dalle stesse non sia derivata la commissione d’un reato.

A chiusura del cerchio, si pongono quindi protocolli e procedure.

Occorre fare chiarezza

Su questo specifico punto, quando si ragiona di modelli 231, occorre fare chiarezza.

Mentre un protocollo rappresenta un insieme di principi organizzativi minimi, una procedura è un documento che, declinando il protocollo di riferimento, chiarisce chi e come è chiamato ad applicare in concreto i principi contenuti nel protocollo di riferimento.

Facciamo un esempio costruito a partire dal rischio che, nell’ambito della quotidiana operatività aziendale, venga ad essere commesso un reato tributario quale, a titolo meramente esemplificativo, la Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (articolo 2 decreto legislativo 10 marzo 2000, numero 74).

In questo caso, il modello 231 andrebbe a definire chi, in concreto, sarebbe chiamato a curare gli adempimenti relativi alle dichiarazioni fiscali e al calcolo delle imposte dovute.

Il modello 231, nato per scudare imprenditori ed imprese è diventato, negli anni, sempre più uno strumento utile a stabilire chi fa che cosa e come. Significa, infatti,  organizzare/riorganizzare in modo efficiente i processi della propria azienda, con ciò garantendo precisione gestionale, ordine documentale e completa tracciabilità ex post di decisioni e azioni.

A cura di Guido Sola e Nicolò Superbi


Le ultime volontà: riflessioni in materia di successioni e donazioni

Senza alcun dubbio è utile per chiunque conoscere i principi del diritto della successione ereditaria. Infatti, mediante questo complesso di norme viene assicurato il passaggio del patrimonio dal defunto ai suoi eredi.

Lo strumento più utilizzato è sicuramente il negozio giuridico unilaterale e personalissimo del testamento.

Con questo documento ciascuno (purché maggiorenne, non interdetto e capace di intendere e volere) può disporre, per il tempo successivo alla propria morte, di tutte le proprie sostanze o parte di esse.

Il testamento non è un atto irreversibile. E’ revocabile, infatti, in qualsiasi momento dal testatore secondo la logica della cronologia degli atti redatti. La revisione può avvenire sia in forma esplicita sia in forma tacita. Nella misura in cui il nuovo testamento sia in tutto o in parte discordante con il precedente, questo deve intendersi in tutto o in parte nullo.

La legge non consente il testamento orale...

…che perciò deve avere forma scritta. Non valgono come testamento, ad esempio, le volontà esposte da un infermo sul letto di morte oppure le confidenze fatte ad un amico o parente.

Tre principali forme di testamento

Le principali forme di testamento ammesse dalla legge sono tre:

  • il testamento “olografo”: che ha il pregio di essere il più semplice, economico e riservato in quanto richiede solo tre requisiti:
    • che il testo sia scritto completamente a mano dal testatore;
    • che sia presente la data di redazione;
    • che sia apposta la firma olografa in calce.

Tuttavia, presenta il problema dell’assenza dello specialista e, soprattutto, il problema della conservazione e della reperibilità dello stesso dopo la morte. Oltre al rischio che finisca in mani sbagliate.

  • il testamento “pubblico”: che non vuol dire che il contenuto del testamento viene messo a disposizione del pubblico ma che lo stesso viene redatto e conservato da parte di un pubblico ufficiale, ovvero il notaio.  Il notaio a sua volta ha il dovere di estrema riservatezza sia circa l’avvenuta redazione del testamento sia circa il suo contenuto;
  • il testamento “segreto”: che è una mezza via tra i due precedenti. Si tratta di un foglio scritto dal testatore (sia a mano che non) che deve essere consegnato in una busta chiusa a un notaio che ha il dovere di conservarlo.
Quota disponibile

Nel redigere il proprio testamento ognuno di noi è pienamente libero solamente con riguardo a una quota del proprio patrimonio, detta “quota disponibile”, in contrapposizione a quella destinata obbligatoriamente agli stretti congiunti.

Quindi, la volontà di destinare beni ad estranei o chiunque (anche uno stretto congiunto in maggior quota rispetto agli altri) è esprimibile ma assai limitata.

Sono quindi tutelati i legittimari, ovvero le persone a favore delle quali la legge riserva una quota dell’eredità in virtù dello stretto legame di parentela che gli unisce al defunto. Quota che non può essere ridotta neppure dalle disposizioni testamentarie o da donazioni compiute dal de cuius in vita. Le quote legittimarie che non possono essere intaccate sono riportate nel presente schema:

Quanto non nominato nel precedente schema riguarda la “quota disponibile” che il de cuius può destinare, in sede testamentaria o con donazione in vita, a chiunque senza che la stessa possa essere soggetta ad “azione di riduzione”.

L’istituto della donazione, inteso come contratto con il quale viene donato un bene mobile o immobile o una somma di denaro, prevede obbligatoriamente l’atto pubblico presso un notaio, a pena di nullità, e la presenza di due testimoni.

La forma dell’atto pubblico può essere derogata solo nel caso di donazioni di modico valore (in rapporto alle condizioni economiche del donante) o nel caso di donazione indiretta (per esempio i genitori che pagano l’appartamento comprato dal proprio figlio).

La donazione, quindi, non dovrebbe creare danno a nessuno degli eredi legittimari. Tuttavia, nel caso ciò accadesse, la stessa rimane ugualmente valida fino al momento in cui l’erede legittimato leso nel suo diritto non agisca in giudizio con l’azione di riduzione.

Azione di riduzione

Per esperire l’azione di riduzione c’è tempo dieci anni dopo la morte del de cuius. Nel caso in cui la stessa risulti legittimata e il donatario risulti incapiente, può agire in restituzione dei valori donati verso chiunque ne sia divenuto proprietario, anche se in buona fede e non sappia nulla dell’intervenuta lesione della legittima.

Questo è il motivo per cui la circolazione dei beni donati è difficoltosa. L’acquirente, infatti, può avere il comprensibile timore di finire in un contraddittorio per un’eredità a lui completamente estranea.

Nel caso in cui si ravvisi la mancanza di un testamento o l’incompletezza dello stesso, l’individuazione dei beneficiari della successione e le quote a essi spettanti sono disposte direttamente dalla legge. E’ il Codice civile che detta le disposizioni per il concorso tra coniugi, ascendenti e discendenti secondo il presente schema:

A cura di Elisa Ghelfi